giovedì 12 luglio 2012

SALVIAMO LA 194, APPLICHIAMO LA 194


Lo scorso 20 giugno, la Consulta ha rigettato il dubbio di costituzionalità sull’articolo 4 della legge 194 che recita: “Per l’interruzione volontaria della gravidanza entro i primi 90 giorni, la donna che accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito, si rivolge a un consultorio pubblico, o a una struttura sociosanitaria a ciò abilitata dalla Regione, o a un medico di sua fiduciaper procedere con l’aborto. Secondo il giudice che si è rivolto alla Consulta ci sarebbe potuta essere “incompatibilità” con gli articoli 2 (diritti inviolabili dell’uomo) e 32 (tutela della salute) della Costituzione italiana e con “la definizione e la tutela dell’embrione umano enunciate dalla Corte di giustizia europea in sede di interpretazione del divieto di brevettabilità delle utilizzazioni di embrioni umani a fini industriali e commerciali”. Il ruolo di questo giudice tutelare di Spoleto avrebbe dovuto essere solo quello di attestare che vi fossero almeno una delle condizioni enunciate dall’articolo 4 e non quello di porre una questione di legittimità della legge stessa. Anche questa volta siamo state con il fiato sospeso, ci siamo chieste perché da quel (non troppo in verità) lontano 1978, la nostra tanto esaltata autodeterminazione, la nostra dignità e libertà di scelta siano state e continuino ad essere oggetto di strumentalizzazione politico-religiosa quando, invece, dovrebbe essere ormai essere scontata la loro condivisione. Il tanto atteso sospiro di sollievo che abbiamo tirato il 20 giugno, non sarà poi così lungo dal momento che dovremo attendere ancora molto prima di vedere scritta la parola “fine” alle continue polemiche e ai boicottaggi relativi alla legge 194 poiché si continuerà a tentare di cancellare con un colpo di spugna un diritto acquisito in anni di lotte e di campagne per la conquista di una condizione fondamentale per ogni essere umano: quello di essere padroni del proprio corpo. L’elevato numero di personale medico e non che esercita l’obiezione di coscienza all’interno di strutture sanitarie pubbliche rende di fatto di difficile applicazione il diritto all’interruzione di gravidanza. L’obiezione di coscienza è stata introdotta nel 1978 insieme alle legge 194 con lo scopo di garantire la possibilità di agire secondo coscienza al personale che già esercitava nelle strutture pubbliche. Oggi, dopo trentaquattro anni dall’introduzione della legge, il numero degli obiettori è talmente elevato da renderne a dir poco impossibile l’applicazione di tale legge. Questo costringe molto spesso le donne che vogliono sottoporsi ad interruzione di gravidanza a dover cambiare città o regione per eseguire un intervento che in troppi continuano a chiamare “il comodo rifiuto del figlio scomodo” (la citazione è ripresa dal comunicato stampa del Comitato Verità e Vita del 23 giungo 2012), compiendo un vergognoso e violento attacco verso la dignità di ogni donna ed ignorando ogni principio di autodeterminazione. Apprezziamo e sosteniamo l’analisi proposta da chi considera l’obiezione di coscienza all’interno delle pubbliche strutture sanitarie come un’attività di boicottaggio di una legge dello Stato (ricordiamo, ancora laico), in quanto limita (e in molti casi nega) l’accesso ad un servizio sanitario che deve essere garantito, rispettando tempi e modalità precise. Un parallelo interessante può essere creato con le circostanze in cui l’obiezione di coscienza veniva applicata alla leva militare prima che questa venisse abolita (un esempio che ci fornisce in maniera semplice e diretta Alessandro Chiometti – Civiltà Laica in un articolo a sua firma pubblicato nell’ottobre 2011): chi si sottraeva all’obbligo di leva, non aveva la possibilità di accedere a professioni che prevedevano l’utilizzo di armi. A chi sostiene che lo Stato deve lasciare i propri cittadini liberi di assecondare la propria coscienza, rispondiamo che la professione medica nelle strutture pubbliche si esercita per libera scelta e, che, esercitare la propria professione in una struttura pubblica, significa abbracciare a priori e di conseguenza applicare tutte le leggi che questo stato emette senza frapporre istanze finto moralistiche legate ad un ottica di comodo e a fini carrieristici. Terni Donne sostiene la campagna IL BUON MEDICO NON OBIETTA, promossa dalla Consulta di Bioetica Onlus, a sostegno dei ginecologi non obiettori e dei diritti delle donne. Condividiamo profondamente l’obiettivo della campagna, ovvero quello di mettere in discussione la legittimità del diritto all’obiezione. TERNI DONNE

Nessun commento:

Posta un commento