lunedì 10 settembre 2012

Buona la proposta ma serve PIU' CORAGGIO!


INTERVENTO di TERNI DONNE all'incontro partecipativo organizzato dalla Regione Umbria del 06/09/2012 per la discussione della proposta di legge regionale "NORME PER LE POLITICHE DI GENERE E PER UNA NUOVA CIVILTA' DELLE RELAZIONI TRA DONNE E UOMINI"


Leggendo attentamente questa bozza di legge al fine di studiare a fondo i principi, gli obiettivi e gli strumenti presenti in essa abbiamo notato con piacere e con soddisfazione che nel testo sono stati inseriti molti dei temi e dei contenuti fino ad oggi trattati.
Terni Donne ha accolto positivamente questo documento e si augura fortemente che tale indirizzo politico venga finalmente abbracciato, senza distinzioni, da tutti gli organi legislativi della Regione e dagli enti locali dal momento che quello che qui si richiede è semplicemente la garanzia dei diritti delle donne in quanto cittadine. Riconosciamo però che tale bozza di legge è poco chiara e carente in alcuni punti che più avanti spiegheremo in maniera più dettagliata.


Prima di iniziare vorremmo chiedere se all’interno della legge l’assenza di riferimenti alle donne disabili sia dovuto al fatto che la disabilità femminile non è una questione che riguarda la nostra regione. Su questo punto riteniamo opportuno l’aggiunta di un articolo dedicato poichè, oggi più che mai, le donne disabili sono colpite su più fronti a causa dei tagli al Welfare, del precariato, della privatizzazione dei servizi assistenziali, ricordando, inoltre, che molte sono le donne disabili vittime di violenza a cui è quasi impossibile accedere al percorso di uscita dalla violenza.

A tal proposito vorremmo ricordare la definizione della parola cittadinanza: In termini giuridici la cittadinanza è la condizione della persona fisica (detta cittadino) alla quale l'ordinamento giuridico di uno stato riconosce la pienezza dei diritti civili e politici.
Il punto è che gli individui oltre ad avere garantiti i diritti devono anche essere messi nelle condizioni di poter godere di tali diritti, condizione questa, non sempre tutelata nè tantomeno garantita dal momento che, concause politiche, sociali, culturali ed economiche, hanno minato e reso labile il concetto stesso di cittadinanza.
Appare sempre più ovvio che in Italia sono presenti delle categorie a rischio che sulla carta godono di determinati diritti, i quali, però, spesso non vengono riconosciuti: tra queste categorie troviamo anche le donne che in questo particolare periodo storico si vedono “attaccate” su due fronti: mancanza o precarietà del lavoro, indebolimento del welfare.
Il precariato oltre ad aver falciato il futuro di una abbondante porzione della popolazione italiana che ancora ci ostiniamo a definire “giovani”, ha anche dato vita ad una sorta di selezione naturale tra i generi: le donne sono le più colpite dalla “ristrutturazione” del mondo del lavoro poichè sono le prime ad esserne escluse o a non accedervi.
Perchè?
Il problema sta a monte, ossia nel sistema maschilista e patriarcale, mai estintosi, presente nella nostra società, che vede la donna come unico referente della cura all’interno delle famiglie in cui i ruoli di moglie, madre, educatrice, infermiera, badante, mansioni peraltro non riconosciute come “lavoro” e quidni non remunerate, devono convivere e coesistere quotidianamente.
Al maschilismo si è aggiunta la mancanza di una vera ed incisiva politica di conciliazione dei tempi di vita e lavoro, il precariato e l’assenza del Welfare, ormai defunto, il quale ha sostituito se stesso con la donna (meglio gravare sulla libertà di un individuo che sui conti pubblici).
In questa maniera una donna non può esercitare pienamente la propria libertà di scelta poichè le sue scelte saranno sempre influenzate e a volte dettate da ragioni “altre” rispetto alla propria sfera personale, alla propria autodeterminazione.
Un esempio: se una donna lavora e guadagna abbastanza deve “delegare” i lavori di cura a servizi privati sussidiari del pubblico essendo il welfare ormai inesistente; se lavora ma non guadagna abbastanza deve decidere o di tentare l’impresa impossibile della conciliazione dei due mondi paralleli o rinunciare al lavoro: rinunciare al lavoro salariato (che non è sempre tutelato) significa non produrre reddito e non produrre reddito significa essere automaticamente escluse dall’accesso di alcuni diritti, ad esempio il congedo di maternità;
Il congedo di maternità (ma anche quello parentale) viene concesso solo se si ha un regolare contratto di lavoro: la maggior parte delle donne in Italia sono precarie, vale a dire lavorano in nero o hanno contratti vergognosi come contratti a progetto, prestazioni occasionali, contratti a chiamata, formule che contemplano inadeguati sussidi in favore della maternità, della malattia, dell’infortunio, pertanto contratti che non garantiscono i diritti base degli individui.
Non possiamo far altro che chiedere, in quanto donne e cittadine, che le politiche di genere pongano alla base delle proprie riflessioni la questione del reddito,  visione politico-economica attuata nell' Unione Europe (ad eccezione di Italia e Grecia) che garantisce,  indipendentemente dalla propria condizione di occupazione- disoccupazione- inoccupazione e dal patrimonio, di soddisfare i propri bisogni di base, i bisogni essenziali e i diritti fondamentali della persona oltre alla fruizione gratuita di determinati servizi pubblici.
La questione del reddito pone le basi per il godimento dei diritti della donna quali la libertà di scelta e l’autodeterminazione.

Per garantire i diritti alle donne crediamo che oltre alla conciliazione tra vita e lavoro sia arrivato il momento della condivisione delle responsabilità e dei lavori di cura anche con gli uomini potenziando i congedi di paternità, e operando per superare stereotipi castranti ed obsoleti legati alle donne ai loro multi-ruoli nella società e lottando per una reale parità tra gli individui.

Un capitolo di fondamentale importanza ma che qui, a nostro avviso, risulta incompleto e troppo generale, è quello della “salute” nel quale non troviamo una proposta che abbia l’aspirazione di garantire percorsi trasparenti e semplificati che permettano alla donna di essere messa in condizione di usufruire in piena libertà di un diritto sancito dalla legge e rimarcato con l’introduzione della RU486, relativamente alla quale stiamo ancora attendendo il protocollo applicativo ormai da troppi mesi.
Vorremmo che questa legge evidenziasse, inoltre, in maniera incisiva le questioni legate
1) all’accesso all'interruzione di gravidanza attraverso
- l’istituzione di un registro pubblico in cui siano indicati i medici obiettori,
- l’istituzione  di una legge regionale che stabilisca la garanzia del diritto all’ IVG attraverso assunzioni di medici non obiettori (ricordiamo che in questa regione circa l’80 % dei medici è obiettore di coscienza)
2) al libero accesso, attraverso l’incentivazione e il sostegno da parte del sistema sanitario,  al parto in casa (ricordiamo che tale pratica permette di ridurre i costi sanitari del parto).
Riguardo a questo ultimo punto sottolineiamo la necessità di approvare  la proposta di legge regionale sul percorso nascita e il parto negli ospedali, nelle case maternità e a domicilio contestualmente a questa legge sulle politiche di genere o di inserirla all’interno di quest’ultima , poiché, qualora approvata, garantirebbe il diritto alla libera scelta di ogni donna del luogo del parto e delle modalità assistenziali.
In generale riteniamo che l’art 32 di questa bozza di legge non dia ai temi indicati la dovuta importanza e quindi ci chiediamo quale sia il reale significato di questo articolo, non essendoci alcun riferimento alle modalità e alle pratiche per garantire alle donne il diritto alla salute.
Nonostante ciò auspichiamo un maggiore coraggio da parte delle donne delle istituzioni nel trattare i temi legati alla sanità, poiché è una questione di civiltà e di rispetto della dignità delle donnetutte.
Siamo disponibili a trattare tutti questi argomenti con la Regione, insieme alle altre associazioni femminili e femministe del territorio, al fine di trovare la miglior proposta possibile per garantire l’autodeterminazione  e la libertà di scelta.


Articolo 25 e 26: Centri antiviolenza
Auspichiamo che l’accoglienza alla quale si fa riferimento al punto A rispetto ai centri antiviolenza  sia un punto sul quale si intenda investire realmente attraverso il finanziamento di servizi funzionanti nelle 24 h e presidiati da personale adeguatamente formato e preparato.
Al punto E, ricordiamo che  l’accompagnamento è reale e funzionale ad un percorso di uscita dalla violenza quando i servizi pubblici e privati rispondono in maniera adeguata e sono guidati da una strategia politica territoriale gender oriented: in questo modo, oltre ad essere operativi,  garantiscono anche una adeguata formazione e conoscenza delle problematiche relative alla violenza di genere; solo questo, oltre al supporto psicologico utile a realizzare un percorso di uscita dalla violenza, può garantire la realizzazione del punto F.
Terni Donne auspica una piena collaborazione con i centri antiviolenza per promuovere lo sviluppo delle relazioni solidali tra donne, mettendosi a disposizione anche nell’individuazione di adeguati percorsi formativi..

Siamo felici di leggere finalmente una proposta inerente l’urbanistica di genere, tema a Terni Donne molto caro, poiché da sempre ci battiamo per creare la casa delle Donne nel nostro territorio ossia l’istituzione e la gestione di uno spazio fisico dedicato alle donne della città che promuova il self empowerment, l'autodeterminazione e il benessere (fisico, mentale, sociale, culturale) delle donne: Attraverso la casa delle Donne Terni Donne vuole raggiungere i seguenti obiettivi, molti dei quali contenuti anche nella parte generale di questa legge:

  • il Self empowerment, l’ autodeterminazione e il benessere delle donne
  • la prevenzione e l’informazione circa i fenomeni di violenza e stalking, discriminazione, abusi – anche su minori

  • la promozione artistica e artigianale delle donne attraverso lo scambio di saperi e conoscenze
  • l’arricchimento culturale del territorio in particolare sulla cultura di genere
  • la facilitazione all'accesso alla rete dei servizi territoriali
  • il contrasto alla solitudine e all’isolamento di donne anche in condizioni particolari (madri di bambini disabili, donne migranti o senza rete parentale, disagio psichico o sociale...)
  • il contrasto della povertà e della violenza



A conclusione vorremmo rivolgere una domanda alla Presidentessa  Marini:
quali saranno i tempi e le modalità con i quali si andranno a rendere operativi gli articoli?
Chiediamo con forza di agire con rapidità e concretezza, per dare dignità e premiare il coraggio di tante donne che in questa regione si adoperano ogni giorno nella costruzione di una società migliore, al di là di ogni schematismo ed orientamento politico.

Auspichiamo un reale e trasparente percorso di partecipazione e confronto sui temi riportati nella proposta di legge, sulle proposte qui avanzate da Terni Donne, dai soggetti presenti oggi in questa sala e da quelli che parteciperanno ai prossimi incontri: la Rete di associazioni, movimenti, gruppi territoriali femminili e femministe,  è già esistente e lavora da anni sul territorio umbro, nonostante venga poco ascoltata,  poiché ciò che accomuna gli appartenenti a questa rete è la volontà, nonostante tutto, di rendere le donne protagoniste della loro vita, delle proprie scelte vedendo garantiti i propri diritti di libertà ed autodeterminazione; ci auguriamo che questo sia il vero obiettivo dell’operato della nostra regione.

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